mercoledì 4 giugno 2014

Dubbi

E in questo momento della mia vita sono in un villaggio, da esattamente due settimane. Lontana dalla vita frenetica della quotidianità. Appena passato il temporale, sono seduta sul balcone. Scrivo e ogni tanto mi fermo per guardare in alto. Si vedono le stelle. Nelle grandi città è raro vederle. Intorno a me c'è un silenzio che non sentivo da non ricordo quanto, da sempre forse. C'è la quiete dopo la tempesta, fuori e dentro di me. In questo breve lasso di tempo ho capito che, per ora, non appartengo a nessuna nazione. Anche se per legge non posso esserlo in quanto non ho fatto richiesta, mi sento un’apolide. Ho tre diverse nazionalità ma al momento non mi sento croata, serba o italiana. Sono tutto e niente.

Conosco poco la storia della quale faccio parte e di questo mi vergogno. Non mi sono ancora documentata dettagliatamente su ciò che è accaduto nel passato, non ho studiato né letto alcuni libri considerati dei classici a livello internazionale. Vorrei iniziare una personale conoscenza della mia defunta nazione lasciando l'incipit alla letteratura a un uomo molto più saggio di me, il premio Nobel, Ivo Andric.

Accettando silenziosamente le condizioni di vita che il vostro nemico vi impone, vivete come vuole lui; in realtà, non vivete ma restate pazientemente in attesa, fino a quando tutta la vostra vita, insieme a ciò che aspettavate, non diventa una infinita attesa, il che significa che avete accettato di essere sottomessi, che è come andare verso la distruzione di se stessi e dei propri discendenti. Per non fare in modo di uccidervi, loro stessi vi hanno contagiato con l'attesa che vi tiene in vita e lentamente uccide. Appassirete e sparirete, come sono appassiti e spariti così tanti antenati e nazioni nell'Impero Ottomano, prima di voi in modo uguale o simile.

Non si sono neanche accorti di essere stati spostati dalla strada della verità a un binario morto in cui l'attesa senza fine e l'assenza di una meta la fanno da padrone. Le persone non sentono le loro attese come un peso, neanche come un'umiliazione, perché sono diventate esse stesse un'attesa. Contagiare qualcuno con l'attesa rappresenta il modo più sicuro del suo potere, ossia renderlo immobile e innocuo, completamente e per sempre, e questo inganno dell'attesa è più potente di qualsiasi prigione e più efficace di qualsiasi catena, perché con un po’ di fortuna e ingegno, dalla prigione si può fuggire, dalle catene anche, ma da questo inganno mai e poi mai. Tutto quello che siete e che sapete, siete in grado di fare, è già stato inserito dentro l'ufficio delle attese infinite, senza alcuna speranza di vederle realizzate. Per alcuni il secolo passa e passerà in una dolorosa e inutile attesa, mentre gli altri otterranno tutto ciò che vogliono e quello che hanno sempre sperato di ottenere.

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